Due case g.i.l. in Romagna

Due case g.i.l. in Romagna

Relatore: Prof. Luigi Marino
Correlatore/i: Arch. Andrea Ugolini
Laureando/i: Matteo Tosi -€“ Giampaolo Urbini
Anno accademico: 1994/1995

Abstract

Premessa

Il problema della conservazione del “MODERNO” ha ottenuto attenzione ed interesse nel dibattito culturale sulla tutela del patrimonio storico –architettonico solo in tempi recenti.

La presa di coscienza della necessita’ di riconoscimento del patrimonio architettonico piu’ recente, dopo l’impegno profuso a favore dei centri storici, dell’architettura rurale e recentemente dell’architettura industriale, comporta infatti il superamento di un difetto di visione prospettica: 

Nella presentazione al convegno svoltosi a Milano nel Novembre 1994 (A.-LETHEIA; Atti del Convegno del Dip. Di Tutela e Recupero del patrimonio storico architettonico della Facolta’ di Architettura del Politecnico di Milano, Alinea – Firenze, Novembre 1994), Cesare Stevan osserva la scarsa attenzione all’architettura moderna “cosi e’ piu’ facile che venga manifestata indignazione quando viene toccata una pietra del paleolitico che quando viene demolito un’edificio del Movimento Moderno; e’ piu’ facile vedere chi si dispera quando crolla una torre medioevale e chi si dimostra del tutto indifferente agli atti vandalici che travolgono la faticosa costruzione di una cultura architettonica contemporanea; atti di cui i piu’ quasi non si accorgono”.

Nel caso degli edifici in  studio, due “CASE G.I.L:” (Gioventu’ Italiana del Littorio) e quindi di epoca fascista il problema si aggrava.

Qualsiasi indagine che abbia per oggetto l’architettura in Italia degli anni ’20 e ’30 scivola necessariamente nel bisogno di precisare quale sia l’architettura “fascista” ed anche il significato di termini come “stile razionalista” o “stile fascista” necessitano di una precisazione in quanto non bastanti ad esprimere un concetto univoco.

La questione terminologica sintetizza l’intero dibattito sull’architettura “Arte di Stato” sollevata da P. M. Bardi dalle pagine de “L’Ambrosiano” del 31/1/1931 che in sintesi gravita attorno a questo quesito: fino a che punto e’ possibile distinguere fra “un regime che crede di poter essere esaltato dalla nuova architettura……. e  un regime che vuole l’architettura come volto ed espressione stessa della sua ideologia e della sua politica”.

L’esistenza stessa di un simile dibattito va ricercata in quella fase “rivoluzionaria” coincidente con gli anni dell’avvento del regime e che fino alla fine degli anni ’30 comporta la compresenza nel partito fascista di correnti culturali a volte anche antitetiche; succede cosi’ che accanto alle correnti dei “Novecentisti” e  “classicisti” si formi una corrente architettonica razionalista (citiamo il milanese Gruppo 7 di Figini, Pollini e Terragni , e poi  Libera, Bottoni, Belli, Bardi,  Belgioioso, Peresutti, Rogers, Michelucci, Ponti, Nizzoli, molti dei quali riuniti nel M.I.A.R. Movimento Italiano per l’Architettura Razionale, Pagano dalle pagine di “Casabella”, Persico dalle pagine di “Belvedere” e “Casabella”, il Gruppo Urbanisti Romani di Minnucci e Piccinato di cui fece parte anche l’arch. Cesare Valle progettista delle due Case “G.I.L.” in oggetto), che si rifa’ ad un movimento culturale sovranazionale gravitante attorno alle tendenze Bauhausiane da un lato ed a quelle LeCorbuseriane dall’altro al quale il regime fascista guarda volte con qualche simpatia.

Progetti come quelli per Brera di Figini e Pollini, la Casa del Fascio e l’asilo S. Elia a Como di Terragni, la mostra dell’Aeronautica di Persico e Nizzoli, la Casa di Cernobbio di Cattaneo, la Villa Malaparte a Capri di Libra costituiscono il miglior materiale architettonico elaborato dall’’avanguardia europea in un momento che vede i maestri internazionali costretti al silenzio (in Germania la Tootarchitecktur hitleriana ha gia’ da tempo chiarito come non vi siano alternative alle scelte architettoniche elaborate dal partito. 

E’ solo negli ultimi anni immediatamente precedenti alla guerra che il discorso sull’essenza di un’architettura fascista  si chiarira’ quando, mediatori Muzio e Piacentini, le scelte del regime saranno inequivocabilmente orientate al recupero di una romanita’ fasulla in linea con le scelte dell’alleata Germania nazista. 

La scelta del neoclassicismo, comune ai regimi totalitari (compreso lo stalinismo) e’ teorizzata in vari modi funzionali, in sostanza, alla necessita’ di controllo di ogni  aspetto della vita e del costume nazionali; la guerra, azzerando il dibattito, coprira’ molte delle contraddizioni e degli equivoci degli anni precedenti, ed oggi, al di la’ dell’interpretazione storiografica di quegli anni, con la divisione fra architetti buoni (quelli del razionalismo) e cattivi ( quelli della romanita’ fasulla) e’ il caso di sottolineare come le premesse “che avevano dato vita, sostanza e forza all’architettura Italiana razionale erano state una grande, ancorche’ generosa, illusione”(Giorgio Ciucci, Gli Architetti e il Fascismo, Einaudi, Torino 1989 pag. 199) 

 

Note storiche

L’Opera Nazionale Balilla (O.N.B.) nacque per effetto della legge n.2247 del 1926 come risposta alla esigenza del  Partito Nazionale Fascista, al potere da quattro anni ed in fase di consolidamento delle proprie posizioni di istituzionalizzazione  e politicizzazione degli strumenti per l’educazione delle generazioni piu’ giovani, in un quadro piu’ generale di tensione alla autolegittimazione rivolta a tutti i livelli del quadro sociale di allora; essa affianca in un primo tempo le libere associazioni sportive sporte spontaneamente nel 1° dopoguerra e facenti capo al Comitato Olimpico Nazionale (C.O.N.I.) sorto nel 1908, per poi sostituirle grazie al regolamento della legge di cui sopra che vietava la costituzione di tali libere associazioni sportive (intanto gia’ dal 1925 il P.N.F. era inserito ai vertici del C.O.N.I.).

Con legge n. 1839 del 1937 l’O.N.B. assieme alle FF.GG.CC (Forze Giovanili del regime) venne trasferita con tutto il suo patrimonio immobiliare alla neonata Gioventu’ Italiana del Littorio (G.I.L.) concretizzando cioe’ la militarizzazione delle strutture atte all’educazione giovanile gia’ in atto da piu’ di un decennio.

L’architetto Cesare Valle nasce a Roma nel 1902, si laurea nel 1920 e fa parte fino al 1931 del Gruppo Architetti Urbanisti, in seguito fa parte del G.U.R. (Gruppo Urbanisti Romani) con Piccinato; nel 1934 partecipa con Paolo Vietti e Pierluigi Nervi alle ideazione di grandi progetti in occasione del mondiale di calcio (mai realizzati).

Nel 1936 progetta con Piacentini e Pagano l’edificio per Expo Internazionale di Parigi  del 1937.

In Romagna l’arch. Valle rappresenta la scuola piacentiniana imposta dalla sede centrale di Roma, ed oltre alle due Case G.I.L. oggetto di analisi realizza il collegio aeronautico Bruno Mussolini di Forli’ nel 1934, il sanatorio di Vechiazzano nel 1936, la casa G.I.L. di Predappio nel 1937 e l’edificio I.N.F.P.S. a Forli’ nel 1937.

 

Due Case G.I.L. in Romagna

Sorgono a Savignano sul Rubicone e Forlimpopoli come Case del Balilla.

La tipologia formale di tali edifici era informata dal manuale redatto allo scopo dall’arch. E. Del Debbio nel 1928, mentre l’articolazione funzionale si delinea meglio con  il determinarsi dei caratteri della O.N.B. prima e della G.I.L. poi; G. Pagano su “Casabella” nel 1933 e  il numero monografico di “ Rassegna  di Architettura” del 1934 riassumono la loro organizzazione in cinque nuclei: nucleo sportivo, nucleo dell’organizzazione, nucleo politico-culturale, nucleo assistenziale (ass. sanitaria, ass. sociale) e nucleo uffici.

Le due Case di Savignano sul Rubicone e Forlimpopoli sono oggetto assieme alla casa di Predappio (dello stesso Valle) di pubblicazione sulla rivista “Architettura” del marzo 1938 (direttore l’arch. M. Piacentini, collaboratore l’arch. Del Debbio).

Da un primo esame dei tre edifici rappresentati e’ riscontrabile per la casa di Predappio una certa analogia formale e distributiva  coi modelli di Del Debbio (in pianta); tale analogia pero’ non riguarda gli alzati non neoclassici e monumentali ma rispondenti al lessico razionalista avallato senza riserve dalla corrente architettonica guidata da M. Piacentini almeno per questo tipo di edilizia “di servizio”.

L’edificio di Forlimpopoli propone un gioco di volumi piu’ articolato, non simmetrico con motivi figurativi tratti dal linguaggio espressionista; la torre scala a mo di ciminiera di nave, le finestre ad oblo’ ed i parapetti di tubo metallico rimandano al “mito della nave” gia’  trattato nel tema delle colonie marine.

L’edificio di Savignano sul Rubicone risulta  il piu’ razionalista dei tre; il suo alzato costituito dalla semplice articolazione di volumi puri propone appena un’accenno di monumentalita’ nel portico dell’ingresso principale a ridosso della via Emilia.

Entrambi gli edifici hanno subito danni a causa dell’ultima guerra; quello di Forlimpopoli  oltre alle sistemazioni conseguenti (anni ’50 – ’60) e’ oggetto di un progetto di ampliamento, sopraelevazione e integrazione in un polo di istruzione superiore (l’immobile non e’ vincolato ai sensi della L.1089 del 1939 per esplicita ammissione della Sovrintendenza ai Beni Culturali di Ravenna )

La casa di Savignano sul Rubicone e’ divenuta dal 1970 la palestra di una scuola media inferiore (con intervento che ha purtroppo intaccato anche la stessa casa).

La fase di rilievo dimensionale e dello stato di conservazione di questi edifici (eseguita con programmi di disegno grafico computerizzato) pur non rilevando dissesti di ordine statico, a dispetto dei recenti interventi (invasivi) di cui si e’ detto, ha portato alla luce, degradi da scarsa manutenzione ( umidita’ di risalita, esposizione del ferro di armatura della struttura di Forlimpopoli che e’ in c.a., atti vandalici), mentre gli interventi di manutenzione eseguiti non sempre sono congrui per  tecnologia e materiali utilizzati.  

Le proposte di intervento riguardano la soluzione ai problemi citati  e il generale lavoro di manutenzione agli edifici  nell’ottica della loro conservazione fisica allo stato attuale.

 

Conclusioni

Questo studio vuole essere la testimonianza di due documenti di architettura del XX secolo da collocarsi nelle piu’ ampie azioni di catalogazione e segnalazione del patrimonio dell’architettura moderna, auspicata dal dibattito attuale sulla conservazione del patrimonio storico-architettonico.

Il riutilizzo delle Case G.I.L. e’ stato influenzato dalla loro connotazione di strutture pubbliche a carattere sportivo; questo patrimonio di strutture di servizio abbastanza capillare sul territorio (in Romagna e’ presente una Casa G.I.L. in ogni centro di media grandezza) ha per anni supportato le esigenze legate all’educazione scolastica spesso anche oltre le proprie possibilita’.

Non e’ quindi un caso che le due Case G.I.L. oggetto di analisi siano diventate esse stesse complessi scolastici o parte di essi, con la conseguenza, evitabile in un’ottica di salvaguardia dell’architettura moderna, di subire sopraelevazioni, annessioni ad altri edifici (come per Savignano sul Rubicone) o addirittura l’inserimento in un piano di realizzazione di un polo di istruzione superiore a partire dallo stesso edificio come sta accadendo per Forlimpopoli.

Le ipotesi di manutenzione proposte sono state tutte concepite nell’intenzione di renderle riconoscibili rispettando la stratificazione degli interventi che caratterizza la storia dell’edificio, cercando di preservare l’integrita’ fisica allo stato in cui li si e’ trovati.

E’ inutile osservare la tempestivita’ con la quale queste indicazioni dovrebbero essere attuate.

Ma un altro obiettivo da perseguire e’ quello di ovviare alla distrazione culturale che l’opinione pubblica manifesta nei confronti di questi esempi di architettura moderna, sollecitando la redazione di un documento da affidare alle Amministrazioni Pubbliche anche in qualita’ di Enti proprietari, e agli Enti preposti alla tutela e controllo del patrimonio storico-architettonico con l’appoggio dell’Universita’, che garantisca questa continuita’ di intenti negli interventi a venire, promuovendo allo stesso tempo l’azione economica necessaria (reperimento di sponsor e agevolazioni fiscali) all’esecuzione di tali interventi  controllati di manutenzione e recupero.