La facciata della Badia Fiesolana. Studi e ricerche per il restauro

La facciata della Badia Fiesolana. Studi e ricerche per il restauro

Relatore: Prof. Gastone Petrini
Correlatore/i: Prof. Silvio Van Riel; Arch. Cristina Franchini; Arch. Elisabetta Rosina
Laureando/i: Alessandra Rinaldi
Anno accademico: 1999/2000

Abstract

Facciata

NOTE  STORICHE

Da sempre luogo deputato al culto- probabilmente fin dall’epoca etrusca -, il complesso architettonico della Badia Fiesolana ha vissuto nel tempo fasi alterne di splendore e rovina. Il primo nucleo sorge probabilmente agli albori della cristianità, nel ricordo dei primi martiri cristiani, forse di quello stesso S. Romolo, al quale fu dedicata la cappella circolare al fianco della prima ecclesia, cappella che oggi non esiste più e della quale rimane la traccia della copertura sul fianco settentrionale della chiesa. Fino all’XI secolo fu cattedrale di Fiesole, con un ruolo predominante sul territorio, e la protezione diretta dell’autorità imperiale; tuttavia, nel 1025, il vescovo di Fiesole, Jacopo il Bavaro, decide la costruzione della nuova cattedrale all’interno della cittadina, decretando di fatto l’abbandono della Badia, ma tre anni dopo, sulla spinta dei movimenti riformatori, vi verrà fondato il monastero Camaldolese. Nel 1141, per risolvere le dispute fra i monaci e la diocesi sul controllo della cattedrale, essa viene posta sotto la diretta protezione papale, e a questo periodo si fa risalire la costruzione della torre campanaria e soprattutto il rivestimento della facciata con un commesso di marmi bianchi e serpentina verde secondo lo stile del Romanico fiorentino.

Se durante il Duecento non accadono eventi rilevanti, il Trecento vede una progressiva rovina materiale e spirituale, dalla quale la Badia si risolleverà grazie, nel 1456, all’intervento di Cosimo I de’ Medici, che la elegge a suo personale rifugio e decide la sua rifondazione, l’ampliamento del convento, la creazione della Biblioteca e di un cenacolo di intelletti che vedrà la partecipazione dei più grandi umanisti dell’epoca. Questo enorme e sostanziale intervento lascia intatta la facciata romanica e ingloba parzialmente la cappella di S. Romolo; la facciata è rimasta incompiuta, con i filari di pietra serena predisposti per l’ammorsamento di un successivo rivestimento.

I due secoli a seguire sono contrassegnati dal gravare dei debiti, che ridurranno la manutenzione e le iniziative di nuovi lavori, eccezion fatta per l’altare maggiore intagliato in marmi policromi, su disegno di Pietro Tacca, nel 1612, e l’affresco nel refettorio di Giovanni di S. Giovanni, nel 1629.
Con la stagione dell’Illuminismo e le iniziative dei fratelli Montelatici, uno dei quali abate della Badia, inizia un nuovo periodo di iniziative e dinamismo culturale, purtroppo di breve durata: la Badia è destinata alla soppressione, nel 1778, a seguito delle riforme granducali, e alla vendita all’asta dei suoi arredi più preziosi.
Nel 1815 è restituita alla diocesi, quindi suddivisa in appartamenti, in uno dei quali risiederà Francesco Inghirami, illustre erudito, che vi fonderà una tipografia. Con l’avvento dell’Unità d’Italia, l’intero complesso viene acquisito dallo Stato, ma nel 1876 i Padri Scolopi lo scelgono come nuova sede per il loro collegio. Attualmente il convento è sede dell’Istituto Universitario Europeo, mentre la chiesa è un importante centro culturale e religioso dei Padri Scolopi.
 
LO STATO DI CONSERVAZIONE DELLA FACCIATA
CONDIZIONI  GENERALI

Il sito della Badia, situato a 117 metri slm, è di grande valore paesaggistico, fuori dall’ambiente urbanizzato, in una posizione panoramica collinare, dominante la valle del Mugnone a Ovest, la città di Firenze a Sud, i colli di Fiesole a Nord. Lo stato di conservazione della facciata principale denuncia generali condizioni di degrado più o meno avanzato, in funzione della qualità dei litotipi e del periodo di vita in opera (per quello che è possibile accertare ad un esame macroscopico). Trattandosi di un ambiente non urbano, le condizioni dell’atmosfera sono sicuramente meno aggressive per quanto riguarda la presenza di inquinanti. Le cause principali di degrado sono imputabili all’azione delle acque meteoriche, dei cicli di gelo e disgelo, delle dilatazioni conseguenti agli sbalzi termici, degli effetti della lavorazione, cioè da tutte quelle condizioni naturali  e non, che sempre interessano qualunque manufatto o edificio esposto all’aperto. La facciata nel corso del tempo è stata oggetto di interventi di sostituzione dei tasselli più degradati ma non esistono documenti che ne accertino le modalità di esecuzione: nel 1925 essa fu restaurata dall’arch. Castellucci, ma il materiale grafico relativo a tale restauro, conservato alla Soprintendenza dei Beni Architettonici e Ambientali, è purtroppo andato perduto nell’alluvione del 1966.

ANALISI DEL DEGRADO

Pietra serena
Si evidenzia un’esfoliazione accentuata e diffusa lungo tutto lo zoccolo basamentale e i cantonali, eccezion fatta per i pochi conci recentemente sostituiti, dove comunque sono già presenti le croste. Si nota una forte perdita di materiale e del modellato sulle modanature alla base delle specchiature del primo  piano e un progressivo sfaldamento di tutte le superfici a vista.

Serpentina
Diffusa e generalizzata frantumazione con perdita progressiva di frammenti più o meno lenticolari dal paramento marmoreo. Il grado di frantumazione non è omogeneo per tutti i listelli: alcuni ne sono interessati per tutta la superficie, altri lungo gli spigoli, sia quelli a vista che quelli contigui ad un altro elemento, con i massimi effetti nelle parti ornate, quali la cornice sotto le arcate e le tarsie nelle specchiature. Il degrado inizia da queste zone rese più fragili dagli effetti della lavorazione. In corrispondenza delle zone di serpentino fibroso nelle colonne, il degrado è più accelerato, data la maggiore debolezza del minerale, con incipienti fenomeni di fessurazione.

Marmo
Il principale fenomeno che interessa i marmi bianchi è quello della corrosione superficiale, più o meno estesa a seconda della tessitura del litotipo, la quale può produrre zone di diversa resistenza. Questo tipo di alterazione non influisce sulle caratteristiche meccaniche delle parti residue. Il fenomeno è spesso associato ad alterazioni cromatiche della superficie, non giustificate dalla presenza di patine e/o depositi, che le conferiscono tonalità dorato-rossiccia. Nelle porzioni più minute di marmo (tarsie, fasce decorative delle specchiature), presumibilmente più antiche, l’erosione è più accentuata, tale da ipotizzare la decoesione intergranulare della calcite, e un aumento della porosità percentuale.  Nella zona dei sottarchi le condizioni dei marmi sono migliori, poiché più protetti dall’acqua e dall’irraggiamento solare. In queste ed altre zone riparate da aggetti, quali la cornice marcapiano e il sottogronda, si nota la presenza di patine giallo-brunastre, diffuse e uniformi, tali da ipotizzare la presenza di ossalati. Associate alle patine, veri e propri depositi più scuri, denunciano un accumulo di particellato atmosferico, fino alla formazione di croste nere al di sotto della cornice marcapiano e più in evidenza nei due capitelli corinzi.

L’INDAGINE TERMOGRAFICA

Il problema della diagnostica, volta alla conoscenza dello stato di conservazione di un edificio, è di grande attualità e l’interesse è volto in particolare alle tecniche cosiddette “non distruttive”, complementari a quelle prove invasive, che comportano in genere prelievi di materiale ancorché minimi dall’organismo architettonico. La termografia rileva l’emissione spontanea di radiazioni infrarosse da parte di qualunque materiale alle temperature superiori allo zero assoluto (0°K=-273,16°C), temperature sotto le quali cessano le vibrazioni di atomi e molecole. Il fine di questo tipo di indagine è la ricerca e la lettura di anomalie termiche che possano condurre all’individuazione di discontinuità e disomogeneità non visibili, fra i componenti di un edificio o manufatto. La termografia all’infrarosso permette di acquisire in tempo reale la mappa delle temperature superficiali con precisioni inferiori al decimo di grado. L’applicazione non richiede il contatto con l’edificio e può essere estesa anche ad ampie superfici, dati i tempi ridotti di acquisizione delle immagini. L’uso della termografia ha consentito di rilevare le differenze di temperature che possono essere messe in relazione allo stato di conservazione della superficie lapidea. L’uso della “tecnica dinamica”, e quindi il confronto di immagini riprese in diverse condizioni di sollecitazione termica (prima, durante e dopo il riscaldamento solare della facciata), ha permesso di confermare la presenza di distacchi e di individuare alterazioni delle caratteristiche fisiche, sia ottiche che termiche, delle tarsie, che nel visibile non appaiono così evidenti sia  pure ad un’attenta analisi da terra.  In fase di valutazione dei risultati, si è dimostrato importante l’accurato rilievo dei materiali e del loro stato di conservazione basato sull’osservazione e sulla ricerca storico/bibliografica, poiché ha consentito di individuare i conci che avrebbero dovuto fornire una risposta termica simile e quindi hanno fornito i termini del paragone per l’analisi termica qualitativa. L’affidabilità dei risultati è determinata in modo preponderante dalla conoscenza della superficie da indagare e dei fenomeni di scambio energetico con l’ambiente.

IPOTESI DI CONSERVAZIONE E RESTAURO DELLA FACCIATA

L’intervento può essere programmato in cinque fasi distinte – preconsolidamento, pulitura, stuccature, riaggregazione e/o consolidamento, protezione – ma ogni fase va adeguata a ciascun materiale e al tipo di degrado.
• Un eventuale preconsolidamento è da destinarsi alla pietra serena, in caso di fratture dei conci, per mezzo di resine acriliche, che hanno proprietà adesive e rinsaldano la compagine.
• La pulitura è la fase più delicata di intervento. Data la diffusa presenza della serpentina, è sconsigliabile procedere con l’uso dell’acqua; sono più opportune quindi spazzolature morbide delle tarsie. E’ possibile comunque isolare la serpentina dai conci che si intende trattare con acqua con un cordolo di sicurezza, consistente in un impacco a base di cellulosa e acqua distillata, ben strizzato. Per la zone interessate da depositi più consistenti e per le croste nere presenti sui capitelli, è idoneo un impacco di pasta di cellulosa o argille assorbenti (sepiolite, attapulgite ), miscelata ad una soluzione blanda di acqua e carbonato d’ammonio (al 5%) , seguita, se necessario a rimuovere i depositi più consistenti, da asportazione mediante raschietti o bisturi. Nelle parti interessate da perni e altre parti metalliche, come le decorazioni in rame dei rosoni dell’architrave, si attenuano le macchie di ruggine con impacchi a base di carbonato d’ammonio, o con acqua ossigenata;  seguono impacchi di cellulosa e acqua distillata per toglierne le tracce, la messa a nudo del perno con smerigliatura, e successiva applicazione di un convertitore di ruggine. L’aggiunta di una resina epossidica rinsalda il perno alla lastra.
• Le stuccature vanno eseguite con un impasto comprendente: sabbia di fiume lavata e vagliata, calce, polvere del materiale da stuccare (eventulmente corretta con pigmenti) e una resina acrilica. E’ importante che le stuccature siano reversibili e con caratteristiche meccaniche il più possibile omogenee al substrato. Poichè il consolidamento è difficile da attuarsi sulla serpentina, che si disgrega in maniera disomogenea, la stuccatura può essere un valido intervento che almeno arresti il degrado: nelle rugosità profonde che interessano la superfice, o in caso di fratture, con il medesimo impasto della tassellature si esegue una stuccatura leggermente contenitiva, che non deve però ripristinare completamente la superficie, al fine di evitare spessori di materiale aggiunto, che difficilmente avranno le stesse caratteristiche meccaniche del substrato.
• Per la pietra serena si procede con il consolidamento, applicando il silicato di etile (che possiede anche una moderata azione idrorepellente), in ambiente temperato – T= 18/20°C -, avendo cura di evitare il sole battente, per permettere l’evaporazione graduale del solvente. La riprecipitazione dei minerali di silice all’interno dei pori della pietra, riaggrega la compagine.
• Le tarsie in marmo sono interessate soprattutto da erosione; tuttavia per le parti più compromesse si può applicare un riaggregante siliconico.
• La protezione finale si attua con un idrorepellente siliconico nebulizzato in maniera uniforme su tutte le parti marmoree, con l’accortezza di non eccedere per non creare lucidità alla superfice (slumacatura). Da tenere presente che, se il protettivo raggiunge zone della pietra dove non è arrivato il consolidante, esso può cristallizzare, creando effetti secondari non desiderati. Il protettivo va riapplicato dopo un certo numero di anni (da tre a sei, massimo dieci, a seconda dei tipi in commercio).