Capanno da pesca “Paesani” a Rimini Ipotesi di consolidamento e adattamento

18 Febbraio 2021
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La costruzione del limite
“La linea di costa è una riga netta e tortuosa che separa l’acqua dalla terraferma. La riva che segna questo passaggio di stato è un terreno vago ove si sono espresse incertezza e paura, ma anche il forte impulso che la cultura del mare comporta, ad andare “oltre”. Costruire sull’acqua fa parte della medesima sfida, abitare il mare seppur nei pressi della riva può diventare un’impresa temeraria. L’architettura dell’acqua sembra non avere fondamenta. Affidata alla tranquillità corrosiva del mare o alla sua furia distruttiva, essa mette in conto deperibilità e marcescenza, ed un senso di stabile precarietà che può anche durare a lungo. Si definiscono così alcuni tratti fragili dei paesaggi mobili che sospingono la forma verso le sponde dell’ibrido e della contaminazione.
[…]
Le costruzioni che si spingono in acqua muovono da una necessità puntuale (la pesca, la passeggiata, l’attracco) e da un rinnovato senso di sopravvivenza (il mare corrode, rovina, distrugge). I capanni da pesca ad esempio sono costruzioni isolate e temerarie: sospinte in acqua diventano tralicci leggeri: la leggerezza è il segreto della resistenza al mare e l’elasticità dei giunti è una buona precauzione contro la conflagrazione dei pezzi causata da una mareggiata. Costruzioni senza fondamenta, il loro appoggio è fuori dell’acqua, sugli scogli o sulla terraferma. I pezzi, poveri e di recupero, sono assemblati secondo una necessità materiale e contingente; la tecnologia è sapiente ed elementare al tempo stesso; le forme non premeditate si allargano in trame complesse ed intrecciate, per resistere meglio, per aumentare la base d’appoggio, disegnando una ragnatela quasi impercettibile di finissimi cavi. Le ARCHITETTURE SENZA ARCHITETTI si avvalgono di una sapienza costruttiva mai scritta, tramandata con la parola e con la pratica, difficile da tradurre in calcolo, così come difficile è la restituzione in disegno. Oggetti che potrebbero passare inosservati, quanto meno all’attenzione che la disciplina di solito pone attorno agli elementi di configurazione del territorio”.

I luoghi dei capanni da pesca
La tipologia costruttiva del capanno da pesca si è sviluppata in maniera sostanzialmente differente in relazione al luogo di appartenenza. Le caratteristiche morfologiche della zona, con un accesso al mare più o meno favorevole, e il tipo di pesca praticato, hanno condizionato in primo luogo la nascita di forme diverse e originali per i capanni da pesca che si possono incontrare lungo la penisola.
Se esaminiamo la costa adriatica da sud a nord, si passa da strutture esili costruite sulla roccia, il cui unico materiale da costruzione è il legno, a strutture sempre più complesse, che utilizzano diversi tipi di materiali. Se poi ci addentriamo all’interno, nelle valli da pesca dell’Emilia Romagna, ci si trova dinanzi a tipologie di improbabile identificazione, la cui forma attuale è frutto di continue manipolazioni, aggiunta di elementi e materiali di recupero.

I capanni da pesca del versante adriatico – origine e significato
La casa da pesca è una dimora per il soggiorno, temporaneo o permanente, dei pescatori presso le basi o le zone di cattura sia vallive e lagunari sia di costa. Come si è detto in precedenza, in base al tipo di pesca, luogo e morfologia del terreno, questa dimora cambia nella struttura, nei materiali e anche nel nome: così in Puglia è chiamata Trabucco; in Abruzzo Trabocco; in Emilia Romagna e in Veneto Casone, Capanno, Bilancione, Padellone.
Per quello che riguarda il TRABUCCO O TRABOCCO, si tratta di un termine dialettale, trabucche o travocche, che ha subito una certa italianizzazione; comunque si pensa derivi dal latino trabs-trabis che significa legno, trave o albero. Tuttavia va segnalato che con il termine trabocco o trabucco, che tecnicamente può essere definito come “rete quadrata disposta a bilancia”, in epoche remote veniva indicato un bilancino per la pesa delle monete. Inoltre nel medioevo con lo stesso termine si individuava un macchinario bellico composto da un’asta in bilico su di un rullo orizzontale che, con opportuni contrappesi, serviva per scagliare a distanza pietre e grossi macigni. Il trabocco, inteso come manufatto per la pesca, scaturisce dal semplice principio della bilancia: abbassando un braccio della bilancia si ottiene l’innalzamento dell’altro braccio al quale è connessa la rete; pertanto il trabocco sembra condividere con il bilancino da pesa e con la macchina medioevale la stessa logica costruttiva.
Spostandosi a nord si hanno il CASONE, CAPANNO, BILANCIONE o PADELLONE, bisogna subito precisare che gli ultimi due termini si riferiscono al meccanismo della pesca, quindi utilizzati impropriamente per indicare tutta la struttura. Con bilancione ci si riferisce ad un’unica antenna con rete a crociera, mentre il padellone utilizza due antenne parallele fissate a due montanti. Spesso entrambi i nomi vengono usati, oltre che per l’intera struttura compreso il riparo, per indicare il medesimo meccanismo, cioè il padellone, che è ormai il più diffuso.

Capanno da pesca a Rimini – ubicazione e storia
Il capanno da pesca preso in esame si trova sul molo sud del porto di Rimini, ed è affiancato, attualmente, da un altro capanno di dimensioni maggiori.
Il porto ha sempre avuto una importanza straordinaria per Rimini; ne ha anzi addirittura determinato l’origine e condizionato lo sviluppo e la fortuna. Doveva in un primo tempo essere costituito da un’insenatura naturale tra elevati cordoni sabbiosi che la proteggevano dalle correnti e dalle bufere e, la isolavano dagli acquitrini formati dalle foci del Marecchia e dell’Ausa; un’insenatura in cui terminava un torrente stretto e profondo (la fossa Patara) che poteva essere risalito da piccoli battelli per un centinaio di metri, fino ad un luogo adatto all’effettuazione di scambi commerciali. Con la conquista romana (268 a.C.) tutto il sistema idrografico fu regolarizzato ed il porto potenziato.
Dopo le invasioni barbariche il vecchio porto s’interrò lentamente. Il nuovo fu regolarizzato e tirato in mare secondo l’attuale direzione solo tra il 1400 e il 1417 per volere di Carlo Malatesta e, per interesse di una notevole parte dei cittadini le cui attività finirono per gravitare sul porto.
Con lo sfacelo dello stato malatestiano anche il porto andò in rovina, per poi riacquistare importanza quando il territorio ritrovò una sua unità sotto il Governo Pontificio. Tra il 1540 e il 1550 il porto riprese in pieno la sua funzione. Ma la vera attività portuale si sviluppò nell’Ottocento, con l’avvento delle prime industrie sul porto e il potenziamento della pesca e dei cantieri.
Questa tendenza non durò però allungo, infatti con la nascita dell’attività balneare (1843) il rapporto con il mare si basò sempre più sul turismo, a discapito delle attività commerciali e pescherecce. Inoltre, dopo il taglio del Marecchia, il porto si è gravemente deteriorato ed ha perso le sue caratteristiche di porto-canale per assumere quelle di un porto totalmente artificiale.
Prima della costruzione dei capanni sul molo, già era praticata la pesca con la bilancia. Quando ancora i moli erano in legno le bilance venivano sistemate direttamente sul molo o tra molo e scogli; quando, poi, i moli subirono la prima cementificazione (tra la fine dell’ottocento e i primi del novecento), le bilance furono spostate tutte sugli scogli, anzi la maggior parte vennero impiantate su quegli scogli già coperti dal mare e dotati di una essenziale piattaforma (due legni incrociati) per collegare la bilancia allo scoglio fuori acqua.
I primi capanni, costruiti interamente in legno, fanno la loro prima comparsa nel 1925 circa. Si tratta di piccole strutture quasi interamente addossate al molo e agli scogli, con una o due file di pilastri che affondano in mare. Il meccanismo classico della bilancia, che poco si poteva protendere verso il mare, viene abbandonato in favore di quello della padella, anche se questi capanni continueranno ad essere chiamati bilancioni. Il nuovo meccanismo è simile a quello tuttora utilizzato, anche se notevolmente semplificato: si tratta di due montanti verticali e due antenne orizzontali più una serie di cavi che ne rendono possibile il movimento.
Nel 1930 circa i capanni da pesca sul molo di sud erano già due, mentre su quello nord ne era stato impiantato uno. Nel 1940 si aggiunge un terzo capanno, quello preso in esame. Da questo periodo in avanti i capanni subiscono continue modifiche ed amplia-menti, il materiale utilizzato è ancora il legno ma il tipo di struttura cambia: a causa dell’allargamento verso il mare i pilastri aumentano ma, per evitare il posizionamento di troppi pilastri in mare, si sceglie una struttura a mensola. I pilastri che sostengono il meccanismo della pesca sono entrambi in mare e non svolgono nessuna funzione di sostegno per il capanno; le antenne sono ancora del tipo allungato autobilanciante.
Le modifiche e gli ampliamenti si susseguono, e con gli anni sessanta si ha l’introduzione di materiali diversi dal legno; i primi cambiamenti si hanno nel bilancione: le antenne si accorciano, quindi il bilanciamento viene affidato al maggior uso di cavi e contrappesi, inoltre pilastri e antenne non sono più in legno ma in ferro. Anche l’aspetto formale del capanno cambia, iniziano a comparire grandi vetrate verso il mare, mentre si accentua la chiusura verso il molo, valore estetico che caratterizza il capanno Paesani. Ciò che resta costante è la struttura a sbalzo della parte terminale, anche se si nota un infittirsi di pilastri. Questo infittirsi è dovuto al fatto che i pilastri impiantati negli scogli non garantiscono un lavoro efficiente.
La sostanziale modifica della struttura di sostegno si ha nella metà degli anni sessanta, quando i pilastri in legno vengono sostituiti con i pilastri in ferro con sezione a doppio T; ma in realtà si tratta di binari della ferrovia, che garanti-vano una maggiore resistenza rispetto ai normali pilastri in ferro.
In questi stessi anni, a causa del boom turistico, i tre capanni del molo sud si trasformano in ristoranti e bar: il primo capanno, partendo dalla spiaggia, con il nome di Ristorante Ittico, il secondo Bar del Molo e l’ultimo Ristorante Quattro Venti poi Belvedere. Nel 1980 l’Amministrazione Comunale, attua un ampliamento del molo: il Ristorante Ittico viene demolito, con rinnovo della concessione per una nuova costruzione, che non verrà mai realizzata. A causa di questo ampliamento il nostro capanno subisce una totale adesione con il molo: i primi quattro metri del solaio verso il molo vengono coperti da una soletta di cemento, come anche le prime due file di pilastri vengono incamiciati con un rivestimento di cemento.